Lardo giura fedeltà alla Virtus "Aziendalista e ne vado fiero"
Parla il tecnico sulla soglia del primo traguardo: le finali di Coppa Italia.
Le sue regole: "Lealtà, intelligenza, altruismo"
di WALTER FUOCHI
"Temevo questa partita. A Milano, cinque anni fa, fui esonerato proprio dopo una sconfitta in casa con Roma. Era l'ultimo turno d'andata". Sarà che questo era il penultimo, e che poi Lino Lardo la partita l'ha vinta, un'altra nuttata è passata, schivando corsi, ricorsi e cabale infide. A rimetterci la panca è stato invece il collega di fronte, Matteo Boniciolli. Virtus contro Virtus è diventata mors tua, vita mea. Càpita, nel mestiere che fa vivere pericolosamente.
Concordate per l'anno nuovo alla cena natalizia della Virtus, quando non era poi così certo che Lardo ne sarebbe stato ancora l'allenatore, le tagliatelle della signora Anna fanno pure l'ultimo miracolo. Sciolgono la lingua al più diplomatico, elastico e gommoso dei tecnici. Che andrà a Teramo, domenica, a giocarsi la Final Eight: senza Kemp, disperso, e senza Rivers, che Roanne mollerà lunedì (ma deve garantirlo per iscritto domani, sennò si vira altrove). Se vince è dentro, se perde può esser dentro o fuori, in una casistica vasta come una guida telefonica. Nell'uno e nell'altro caso, rimane.
Personalmente credo lo meriti, ma sono leciti, e censiti, pure pareri opposti. Conoscendo un po' il boss, il sospetto è che valgano però come elisir di lunga vita. Sopravvissuto alle ire padronali la volta in cui, non perdendo abbastanza male con la solita Roma, per aggiustarci la classifica, si beccò minacce di morte sulle zebre, dicono di Lino Lardo che da allora pratichi il più bell'aziendalismo. Tutto va bene anche quando va male. Cattiverie, coach? "Aziendalista io? Non credo. Lavoro, non cerco scuse, se ho la squadra all'osso lo dico, serenamente, ma senza piangere. Ecco, la Virtus intera quest'anno l'ho avuta poco: il primo mese di campionato, dopo una prestagione tribolata, e lì, al completo, giravamo a 4 vinte su 5. Poi ho perso, via via, Sanikidze, Winston, Poeta e Kemp. Ma sapevo dall'inizio che in caso d'infortuni avrei dovuto provvedere coi giovani. Con me Sabatini ha giocato pulito, e anzi, quando pareva mi seguissero altri club, fu franco: avremo un budget più basso d'un anno fa, valuta tu, e se vuoi vai. Può darsi che il suo progetto sia ancora prematuro, ma vorrei sapere chi in Italia ha un progetto. Abbiamo giovani che devono crescere, saremo pazienti e dal proprietario non ho mai avuto un'obiezione, su una sconfitta. Devo dirgli: compra, compra, compra? No, perché anch'io non gioco sporco, quella strada l'ho condivisa, lavoro e metto in campo chi c'è. Spesso, nei primi quintetti, i ragazzi, perché devo avere i big quando la gara si decide. Con Roma ho preso l'imbarcata, ma coi bambini ero davanti con Siena, Treviso e Milano. E ce le siamo giocate. Di inguardabile, metto solo il primo tempo con Cremona".
Di inguardabile c'è ben altro, divampano gli "anti". In generale, una squadra frenata. Che sarebbe invece da far correre libera e bella: Koponen, Poeta, Winston, gli stessi lunghi... Lui no. Quelli bravi lo chiamano overcoaching: in campo si fa solo quel che dice l'allenatore. Le corse, censurate.
"Ma va, ti pare? Sono stato giocatore, amavo il contropiede e non l'ho rinnegato. Ma chiedo intelligenza. E se il play porta solo la palla di là e le guardie gli trottano accanto guardandosi allo specchio e non al canestro, dove si corre? All'attenzione in campo c'è disabitudine: tutto questo pick'n'roll, cioè due che giocano e tre che assistono, non aiuta. Così, se l'intelligenza non ce la mettono loro, provo a mettercela io, dalla panchina. Credo di aver migliorato un po' di gente, ragazzi normali come Lamma e Cittadini hanno vinto medaglie in nazionale, Eze è andato a Siena dopo due anni con me a Reggio. Poi, che le grandi squadre vincono difendendo forte non lo dico io, ma la storia. E tante finali a 60 punti hanno divertito poco, ma poi se si vince si è tutti felici. Le difese tattiche passano per una debolezza, ma ho imparato a fregarmene da Lombardi, uno cui devo molto: giocavo a Verona per lui, fare zona era quasi un abominio, Dado tirava dritto".
E in attacco, esiste quello scarto fra Lardo e la sua Virtus poco "lardiana"? "Non esistono squadre adatte o inadatte all'allenatore. Ci sono quelle fatte di giocatori che vogliono migliorare, danno il 100%, accettano di starci dentro. Io insegno la generosità e l'altruismo. Non creo gabbie, ma so che a basket si vince insieme. E ci batto sempre. Poi so come gira, so che tanti giocano per le cifre, per l'agente e per il prossimo contratto, e li vedo quelli che, pure se si è vinto, scuotono la testa leggendo lo score o te lo dicono pure, candidi: coach, oggi non ci pigliavo. Vogliono tutte le palle in mano, con Kemp ne parlammo dopo Sassari. Non giocò bene e io lo tenni fuori nel quarto decisivo, ma pagò la partita delicata: era stato l'uomo della promozione in A e certe feste scuotono, se pure io, a 51 anni, ero commosso quando la curva ha esposto lo striscione col mio nome, e di lì ero passato vent'anni prima, da playmaker pippa. A Kemp dissi: sei al primo anno in A e sta andando bene, mi chiamò l'agente per dirmi che Marcelus aveva apprezzato, poi gli chiesi, premettendo che avrei rispettato qualsiasi scelta, di restare per l'Armani e volar dopo dalla nonna. Non l'ho più visto".